In una fredda e piovosa serata
di dicembre, tra una pizza ed una birra in compagnia, il discorso si incentra
sui viaggi, ed in particolare sulle varie destinazioni europee da raggiungere
a bordo delle nostre moto nel corso delle prossime ferie estive.

 


Norvegia, Irlanda, e tante altre destinazioni che, ci permettono di girare l’Europa
in lungo ed in largo nel giro di qualche decina di minuti, ma quando ad un
tratto è lanciata l’idea di andare in Normandia, i consensi non sono
certamente mancatiE’
bastato solamente un attimo per sottoscrivere “una sorta di patto”
per le vacanze
dell’anno seguente. 

Fatto
l’accordo, nella mia infernale testolina ho iniziato a progettare una sorta
di itinerario di massima che non si poteva rifiutare.

Quindici giorni a
disposizione e la visione dei luoghi più caratteristici della Francia del
Nord, con l’esclusione purtroppo di Parigi perché da sola avrebbe tolto
quattro o cinque giorni. L’itinerario in linea di massima concordato da
tutti dovrebbe essere Rouen come porta d’ingresso da raggiungere quanto
prima, le falesie di Étretat, la zona dello sbarco alleato, Mont-St-Michel,
St-Malo, la costa bretone di granito rosa, la zona dei fari, Carnai con i suoi
megaliti, e se ci resta qualche giorno di tempo a disposizione anche qualche
castello della Loira da visitare rappresentano la porta d’uscita.

Finalmente, dopo aver
preparato il viaggio da mesi arrivare il giorno della partenza per le
sospirate e penso, meritatissime, vacanze estive. Il ritrovo è stato fissato
alle 8:20 davanti al bar.
Arrivo
con un paio di minuti prima dell’orario previsto e scopro, con grande
sorpresa ed incredulità, che sono arrivato per ultimo!!!! Strano ma vero.

Un sostanziosa colazione superveloce e in sella… il carico è ben posto, il pieno della serata precedente c’è
ancora, il casco è ben allacciato, le luci come al solito accese, via si
parte!!
Questa mattina ci aspetta
un lungo viaggio. Coscienti di aver scelto, per arrivare il prima possibile al
primo punto stabilito, un itinerario basato esclusivamente da autostrade, ci
diamo dentro fin dal primo mattino con tratti da 230-260 Km alternati da soste
per sgranchire le gambe, sgranocchiare qualcosina e per gli
“svuotamenti”, il tutto sincronizzati con i riempimenti del
serbatoio.
Arriviamo in Francia
verso l’ora di pranzo dopo aver attraversato il traforo del Frejus. Il tempo
non promette certo il sole ma agevolerà di certo il nostro ancora lungo
viaggio.
La strada, continuando a
salire e scendere, scorre veloce sotto di noi. Ai lati dell’autostrada
passano le Alpi francesi, le vaste distese coltivate che giustificano la fama
di “granaio di Francia” di queste zone, le colline coperte di
vigneti per la produzione di vini molti diversi tra loro.
Dopo
aver percorso 836 Km. decidiamo di fermarci a passare la notte in un motel nei
pressi di Auxerre.

La mattina seguente ci
rimettiamo in sella verso le 08.00 in direzione Rouen e dopo pochi chilometri
ci imbattiamo in un bando di fitta nebbia.

Sono
sorpreso, erano anni che non vedevo così tanta nebbia il 17 Agosto. Speriamo
che sia solo un fatto isolato! Qualche chilometro e la visibilità torna
ottima.
Dopo circa un oretta di
viaggio ci imbattiamo nella barriera che immette nella grande e caotica
tangenziale di Parigi. Ci si accorge di essere nei pressi della capitale
francese, non solo per il traffico di auto, caravan e roulette attorno a noi,
ma anche per l’elevato traffico di aerei sopra le nostre teste, se ne
possono contare decine.
Arriviamo
prima dell’ora di pranzo a Rouen, sistemazione in un economico hotel e
visita della città.
Rouen è la
capitale storica del popolo normanno, riesce a conservare una romantica
atmosfera immersa nel passato con quelle case coi muri sostenuti da larghe
travi a graticcio spesso scolpite, rispettosamente ricostruita dopo i
bombardamenti di mezzo secolo fa che in parte la distrussero. Qui ha avuto

luogo
il processo e dell’esecuzione al rogo di Giovanna d’Arco.
Lasciata
Rouen si punta decisamente verso il mare della Manica, ed in particolare è
nostra intenzione ammirare quel tratto di costa normanna dalla Piccardia ad
Est fino a Le Havre ad Ovest caratterizzato dalle alte e bianche scogliere,
che le hanno fatto guadagnare il nome di Scogliera di Alabastro.
Il
tempo non è certo bellissimo, ma comunque, non piove e questo ci fa
certamente piacere.
La meta
principale è Étretat, infatti qui le scogliere d’alabastro raggiungono il
massimo della spettacolarità. Gli archi, le gallerie e la guglia solitaria in
mezzo al mare sono senza dubbio familiari alla nostra visione ancor prima di
arrivare qui grazie alle foto che si possono trovare su qualunque opuscolo
turistico della Francia.
Sistemati
in albergo i bagagli e lasciate a riposo per qualche ora le nostre fide
motociclette, si parte a piedi verso la spiaggia. Prima di raggiungerla,
interessantissima da visitare risulta Place Foch, una piazza appena arretrata
rispetto al mare dove ci sono ancora le vecchie halles di legno del mercato:
il pianterreno è stato trasformato in negozi di souvenir.
Non
appena però, si arriva alla spiaggia, ci si trova di fronte alle formazioni
rocciose ed a sentieri che permettono di raggiungerle alle sommità battute
dal vento freddo dell’Oceano. Da qui si può ammirare il paese riparato
nella valle e della Falaise d’Amont ad Est, che lo scrittore francese Guy de
Maupassant paragonò ad un elefante che butta la proboscide nell’Oceano.

Nel girovagare del giorno successivo
abbiamo avuto modo di poter osservare il minuscolo porto peschereccio
incastrato in una stretta fenditura nelle scogliere di gesso di Yport, Fecamp
con la celebre Distilleria del Benedettino, St-Valery en Caux ed una centrale
nucleare costruita tra le falesie ed il mare, davvero bizzarri questi
francesi!!!
Si lascia Étretat di
prima mattina, il tempo comincia ad essere brutto, il cielo è coperto di
nuvole plumbee e ciò significa che alla fine pioverà. Pochi chilometri e
siamo costretti ad infilarci
le
tute antipioggia, ma la pioggia durerà veramente poco.  

Attraversiamo
una Le Havre quasi deserta, l’estuario della Senna attraverso il futuristico
Ponte di Normandia (un vero e proprio capolavoro dell’ingegneria europea) ed
arriviamo a Honefluer, vero gioiello e vecchio borgo di pescatori.
Adesso
il tempo è notevolmente migliorato, le plumbee nubi che ci hanno accompagnato
fino a Le Havre hanno lasciato il posto ad un bellissimo sole e si fa sentire.

Di primo acchito non meritano
assolutamente una visita le due cittadine gemelle di Dueville e Treuville,
troppo caotiche per quanto abbiamo visto fino ad ora anche se comunque,
sembrano ben curate. Hanno il classico aspetto delle mete molto
turistiche
e mondane, con grandi alberghi, stabilimenti balneari, un grande casinò e un
gran porto turistico.

  Rispetto a
queste ultime due località per Honefluer va fatto un discorso diverso, è
chiaro il perché abbia ispirato tanti celebri pittori (famosi i dipinti di
Boudin, Monet e di altri impressionisti), non ci sono dubbi che la cittadina
viva di vita propria, possieda un fascino particolare per le case, le strade,
la vecchia giostra, il caratteristico porticciolo chiuso dove spiccano le
vele, le molteplici gallerie e mostre di pittura. Trascorsa
solo un’oretta a Honefluer, ci rimettiamo in strada per raggiungere il prima
possibile la baia di Mont-St-Michel. Durante il trasferimento la sosta per il
pranzo è in localino per camionisti a margine della superstrada Caen –
Rennes. Qui Silvia, nostra esperta di francese nonché traduttrice ufficiale
della comitiva vacanze Gramignazzo, ha assaporato come antipasto il
“famosissimo pie de beuf”, che non è altro che un bel piede di
mucca lesso contornato da verdure. Una schifezza già alla vista!!!!! Eccola
laggiù all’orizzonte, il complesso monastico forse il più famoso e più
visitato al mondo che sorge in un isolotto, giusto al confine tra la Normandia
e la Bretagna.
Il posto è molto bello ed il business è
ancora più fiorente di quanto potessi pensare. 

Lungo la strada che porta in
cima al monte, si affacciano un’infinità di negozi ed il numero di turisti
che vi passano è incalcolabile.
E’
indescrivibile, quello che si trova all’interno e ciò che si vede dalla
cima delle mura, ma ancora misterioso ed affascinante è il movimento della
marea, sembra quasi che qualcuno tolga il tappo dall’oceano e questo piano
piano si prosciughi.
Quando l’onda
della marea sta per arrivare non te lo dice nessuno, ma si può
tranquillamente capire dal grosso fermento di turisti di ogni nazionalità che
armati di macchine fotografiche e di telecamere si apposta ai bordi del
canale. E’ una cosa straordinaria, la marea sale velocemente e nel giro di
poche ore avvolge tutto ciò che incontra davanti a se, e quando arriva al suo
culmine, inizia una discesa altrettanto
veloce.
Il tutto tra salita e discesa dura circa 4/5 ore ma il ricordo rimarrà
indelebile.  

Trascorriamo un
pomeriggio a Fougères, primo assaggio di Bretagna. La topografia della città
è impossibile da indovinare guardando la cartina.
Strade
che sembrano lunghe pochi metri si rilevano essere ripidissime discese giù a
picco per le scarpate di questa cittadina disposta su livelli sfalsati. Da
vedere il castello, costruito molto più in basso rispetto alla parte
principale della città, è protetto da una grande triplice cinta di mura con
torri di varie forme e circondato da un fossato pieno di chiuse e cascate.

Si ritorna indietro, destinazione e punto
d’appoggio è indicata Bayeux. La città vecchia, racchiusa entro i confini
di una trafficatissima circonvallazione, ha conservato alcuni edifici
medioevali e numerose dimore signorili cinque – seicentesche, forse, grazie
al fatto che è stata la prima città francese ad essere liberata il giorno
dopo lo sbarco, diventando per breve tempo al capitale della Francia Libera.
Merita una visita anche la grande cattedrale di Notre Dame, una delle più
belle chiese della Normandia, il grandioso interno è parecchio luminoso
grazie alle imponenti vetrate.
Questi
due giorni saranno dedicati completamente, a parte la visita ad una delle
opere medioevali più famose del mondo nato come “L’Arazzo della Regina
Matilde”, alla visita ed alla commemorazione dei luoghi teatro dell’evento
bellico più importante del XX° Secolo, quelli dello sbarco alleato avvenuto
il 6 giugno 1944.
Nonostante i vari
film realizzati, oggi è quasi impossibile immaginare la scena dell’alba del
D-Day, quando le truppe alleate sbarcarono in vari punti della costa normanna.
In innocue spiagge cui fanno da sfondo dolci dune hanno perso la vita oltre
100.000 uomini. Ancora oggi queste spiagge sono ricordate con il loro nome in
codice del tempo di guerra.
Utah,
Omaha, Gold, Juno e Sword sono famigliari da queste parti come la baguette.
Ogni paese da queste parti ha la propria storia da raccontare alle generazioni
future sullo sbarco degli Alleati ed il conseguente contrattacco tedesco.

Ad Arromanches sono ben visibili i resti
di un porto artificiale Mulberry B, ideato dal Primo Ministero inglese Winston
Churchill in persona, che resero possibile lo sbarco di qualcosa come
2.500.000 di soldati e di 500.000 veicoli in qualche decina di giorni durante
l’invasione. Le sue grandi dimensioni sono impossibili da apprezzare a
distanza di tanto tempo, ma per i tre mesi successivi lo sbarco questo fu il
porto più grande del mondo.
Ancora
più avanti, lungo le colline rocciose della Pointe du Hoc, ancora oggi sono
profondamente butterate dai bunker tedeschi e dai crateri di granate avvenne
lo sbarco più drammatico e spettacolare per opera dei Rangers Americani.

Altrove, ciò che resta a ricordo della
guerra, sono i cimiteri ed i musei. 
In
questi giorni trascorsi di luoghi più o meno legati quanto è successo tra il
giugno 1944 ed il giorno della Liberazione ne abbiamo visti parecchi, ma,
quelli che più mi hanno impressionato e che mi ha fatto provare quella strana
sensazione di tristezza, che mi hanno fatto sentire a disagio per la mia
presenza, è la visione dei cimiteri di guerra: ne abbiamo visitati quattro,
forse tra i più grandi e tutti diversi l’uno dall’altro, uno tedesco, uno
britannico e i due americani.  

Penso
sia alquanto difficile trasformare in parole tutto quello che si prova mentre
si osservano questi luoghi, a volte anche al fianco di veterani e dei loro
discendenti venuti a rendere omaggio ai caduti, ed in particolare, quello
americano situato sulla collina che domina Omaha Beach, il più monumentale ed
il più affollato rispetto agli altri. “Ospita” migliaia di croci
bianche rigorosamente messe in fila su un prato verdissimo e ben curato,
alcune stelle di David identificano le tombe di soldati di origine ebrea. Da
ogni lato si posa lo sguardo si ha una identica prospettiva, uno scenario
unico ma non monotono, fatto a regola d’arte: sicuramente fatto per
comunicare a noi che in questi luoghi siamo e saremo sempre tutti uguali a
prescindere quale sia la nostra provenienza, stato e posizione sociale.

Quello britannico di Bayeux, non protetto
da siepi o muri ma è mantenuto certamente in buono stato è intimo e
costellato di fiori dai colori vivaci, mi ha colpito la frase “molto
personale” che la famiglia di ciascun soldato ha fatto apporre sulla
lapide del proprio congiunto, il che fa sì che ogni tomba sia molto
personale.
Molto più austero e
triste mi è parso il cimitero tedesco nei pressi di Mont-St-Michel, non
riesco ad immaginarmi come potrebbe essere stato in caso che la Germania
avesse respinto gli alleati e vinto la guerra, ma forse non ci potrei
riuscire, per il semplice fatto che non sarei certo della mia esistenza. Sta
di fatto che sono luoghi tristi e cupi.
In
ogni modo da tutti e quattro si esce con la rafforzata convinzione che la
guerra, in qualunque forma, è follia pura e nonché spreco di vite umane.
Coloro che, ieri come oggi, fomentano guerre inutili e senza senso dovrebbero
venire in questi luoghi ed immaginare che, sotto ad ogni croce o lapide, si
trovano altrettanti corpi di soldati.
Lasciamo
da parte la malinconia, la vacanza continua!
Ora
il gruppo si spezza in due, chi ritorna a casa per mancanza di giorni di ferie
con capatina verso qualche castello della Loira e chi, come il sottoscritto,
si dirige verso la Bretagna, il paese di Asterix, Obelix e dei suoi amici
galli che hanno respinto gli attacchi di Giulio Cesare, del Mago Merlino, Fata
Morgana e della saga di Re Artù, dei menhirs e dei dolmens sistemati migliaia
di anni orsono da uomini primitivi, dei pirati e dei corsari, del mare e del
bosco, della ginestra e dell’erica, della pioggia e del vento, di ……
insomma sembra che non sia poi così male! Ora
il tempo sembra propria prenderci in giro, è il 24 Agosto notizie danno l’Italia
dentro ad un forno microonde, ma per noi sembra di essere nel cuore della
nostra ben amata Bassa Parmense in pieno Novembre. C’è un nebbione che non
ci lascia vedere più in là di 150 – 200 metri per parecchi chilometri e l’umidità
penetra nelle ossa.
Arrivati
a St-Malo, l’ingresso della città vecchia è da sogno, tramite un arco di
pietra e subito una viuzza che si spande in una piazza inondata da artisti di
strada e pittori. 

Il modo migliore per vedere la città è girarla a piedi, e
specialmente percorrendo le sue mura, anche perché non è veramente grande. Al pomeriggio, quando
la marea scende, non ci sono parole di meraviglia per descrivere lo spettacolo
che si presenta ai nostri occhi, appena sopra le mura, nella zona del
porticciolo ci sono numerose barche rimaste in secca, su una spiaggia lunga
chilometri la marea con l’aiuto di qualche “genio” ha formato una
piscina di acqua salata completa di trampolino per i tuffi. Ma le sorprese non
finiscono certamente qui, infatti, a qualche centinaio di metri dalle mura c’è
un’isoletta che con la bassa
marea
si congiunge alla terra ferma, dove un fortino dovrebbe essere stata in
passata una prigione per qualche bucaniere un po’ troppo vivace!!!!
Sotto
sera scende un nebbione allucinante …… ora riesco a capire come mai i
pirati per secoli avevano scelto, come base logistica, questa città. Quando
le tenebre scendono, la città sembra isolarsi dal mare, quasi scompare alla
vista e divenire così inavvicinabile ed inespugnabile.

La città si sveglia
come l’abbiamo lasciata la sera precedente, circondata da una fitta nebbia.

Dopo una decina di
chilometri arriviamo a Dinan, una cittadina medioevale fortificata che si
trova poco all’interno pur avendo un agevole sbocco al mare. Affascinante è
il centro, che conserva il torrione del castello all’interno di un omogeneo
tessuto di case dai muri a graticcio, portici e viottoli conservati in modo
sorprendente e, ovviamente gli immancabili fiori sulle finestre.

Dopo aver trascorso due
orette a Dinan ci rimettiamo in viaggio per una delle zone più belle della
Bretagna, Cap Frehel, con le sue falesie ricoperte di erica rossa e viola con
qualche ginestra gialla qua e là. Purtroppo di tutto ciò non si vede nulla,
se non a pochi metri da noi, la nebbia avvolge tutto questo tratto di costa
impedendoci di ammirarla, ma, di tanto in tanto dove la visibilità lo
consente, abbiamo potuto vedere anche bellissime spiagge con qualche temerario
bagnate. 
La
visibilità è talmente poca che, nel tentare di giungere a Perros-Guirec,
riusciamo anche a perdere l’orientamento sbagliando strada. 

Una volta
raggiunta, la cittadina ci pare abbastanza elegante con un’aria molto
mondana.

Questa zona è
conosciuta al mondo come la Costa di granito Rosa, un paesaggio litoraneo
senza eguali al mondo: un affascinante susseguirsi di spiagge di sabbia chiara
e fine, protette da una sgargiante profusione di massi tondeggianti di granito
che l’acqua ed il vento hanno forgiato creato forme bizzarre che colpiscono
la fantasia, toccando il suo culmine nei pressi della vicina Ploumanac’h.

Da queste parti sembra che tutto sia fatto
con il granito: le case sono rivestite di blocchi di granito e le strade sono
lastricate con la stessa pietra; i frangiflutti nel mare sono di granito, come
pure i pilastri levigati degli argini; perfino gli alberghi hanno minigolf di
granito con piccoli megaliti di granito rosa come ostacoli.
Alla
mattina seguente l’aria è decisamente fredda, non c’è più la nebbia
della sera precedente ma in compenso il cielo minaccia pioggia e ogni tanto
scarica anche una qualche goccia. Esasperati dal tempo, decidiamo di cambiare
zona e puntare le nostre moto in direzione Sud per vedere, se da quelle parti,
il tempo è migliore.
Partiamo con
l’idea di raggiungere la penisola di Crozon, ma, una volta arrivati l’abbandoniamo
immediatamente per puntare alla vicina Pointe du Raz, promontorio roccioso con
ripidissime scogliere che si protende nell’Atlantico. Arrivati, scopro a
malincuore che il posto non è certamente come me immaginavo. Devo affermare
che in ogni modo è bello, ma troppo turistico per i miei gusti. Si arriva
sulla punta dove, più che altro, c’è un grosso certo commerciale, un
pulmino che fa da spola per turisti sfaticati fino al faro passando tra
distese di erica. Un pezzettino a piedi e si arriva sulla punta rocciosa.
Forse con l’oceano impetuoso, ai nostri occhi lo spettacolo sarebbe stato
qualcosa di indimenticabile, indescrivibile, ma l’oceano purtroppo era quasi
piatto e all’orizzonte.
Lasciamo
la Bretagna dopo aver guardato ai megaliti di Carnac, menhir e dolmen che il
buon Obelix, tra un cinghiale e l’altro, si è divertito a sistemare per
qualche chilometro.
Sinceramente mi
aspettavo molto di più da questa Regione, per quel che avevo sentito da
persone che vi erano già state, da quello letto, dalla troppa somiglianza con
l’amata Irlanda. Nei primi giorni trascorsi al Nord, anche se con noi il
tempo non è stato certo clemente, ho conosciuto una Regione meno turista e ma
molto più romantica e piacevole da visitare, mentre la parte Sud è stata
certamente una delusione quasi totale, un assembramento di persone che pareva
di essere ritornati a Rimini e sinceramente poco, poco da visitare.
Comunque
la Bretagna del Nord, se si ha la fortuna di trovare il bel tempo e non come
è successo a noi, è tutta da vedere, ora mi posso solamente immaginare la
costa di granito rosa al tramonto, e mi dispiace essere andato a Sud, ma con
un tempo così, non si poteva certamente fare diversamente!!!!
Della
Bretagna intera, questa volta senza distinzioni tra Nord e Sud, ricorderò le
grandi scorpacciate di cozze e patatine che si trovano cucinate in vari modi,
dal peperone alla pancetta, ma di cui le più buone rimangono quelle alla
marinara!!!! E’ un piatto a buon mercato che ti servono dappertutto e a
qualsiasi ora. 
Il
tempo sembra essersi stabilizzato sul sereno.
 

Ora ci aspettano
chilometri di acque ancora pulite, vallate verdissime, villaggi incantati e
più di 100 castelli che si ergono sulle sue sponde, questo e ancora di più
si può ammirare nella meravigliosa valle della Loira.. Uno scenario che
toglie il fiato per la sua bellezza e che sembra variare un passo dopo l’altro:
prati di un verde cangiante, acque placide che si trasformano all’improvviso
in mulinelli vorticosi, campi di girasoli che si stemperano all’infinito,
stradine bianche di polvere che sfocino in sonnolenti paesini ancora uguali a
qualche secolo fa e poi all’improvviso, quasi come un miraggio, le imponenti
sagome dei Castelli che si innalzano superbi e splendidi, testimoni muti di
secoli di storia, ma anche di amori e di tradimenti, di gioie e di dolore, di
potere e di morte.

Per abbellirli
degnamente, furono chiamati artisti di prim’ordine da tutta Europa, e grazie
alla loro imponenza riusciamo, con un volo di fantasia, a rievocare lo
splendore delle corti sfarzose e delle dame eleganti, ma anche il clima
sanguinario che in quei secoli a cavallo tra il Medioevo ed il Rinascimento di
Luigi XIV rendeva crudeli e senza possibilità d’appello le punizioni per i
tradimenti e per gli intrighi. Qui, fu scritta una pagina molto importante
della storia di Francia e dell’umanità intera.

Anche se nella Valle
abbiamo trascorso solamente due giorni, di castelli ne abbiamo visitati
alcuni. Ussé e
Chenonceau
meritano una citazione particolare. Il
castello di Ussé che secondo la tradizione, ha ispirato Perrault nell’ambientazione
della famosa favola della “Bella Addormentata nel bosco”. In
effetti, il castello già all’esterno ha qualcosa di fiabesco. Unico
“neo” della visita è la guida solo in francese.
Chenonceau,
definito uno dei gioielli del Rinascimento Francese, è piuttosto elegante,
costruito come un ponte sullo Cher. Molto belli, e ben curati sono i giardini,
il più grande creato da Diana Di Poitiers e il più piccolo da Caterina De’Medici.

Purtroppo, ora i giorni a nostra
disposizione sono arrivati agli scoccioli, ce ne dobbiamo rientrare in Italia.

Rientro, che avviene in autostrada. Avrei
preferito raggiungere l’Italia percorrendo esclusivamente le strade
nazionali francesi poiché lo stato del manto stradale, anche nelle strade
distrettuali, si è rilevato sempre perfetto, indipendentemente dalle
condizioni atmosferiche, di traffico vero e proprio l’abbiamo trovato
solamente con l’avvicinarsi alle “grandi città” verso le 18:00 e
anche perché a differenza della cara autostrada non costano nulla!!!!
Dopodiché
Clermont-Ferrand, Lyon, Briancon, Passo del Monginevro, Torino, Fidenza, casa.

4.300 Km. in due settimane, tutto sommato
meno acqua di quanto mi potessi immaginare e ma soprattutto la soddisfazione
di aver portato a termine questa coinvolgente esperienza!by
Dalla


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